La Russia a colori, prima del colore

storie di fotografia e arte

In questi giorni si parla di un’interessante mostra in corso al Museo Foam di Amsterdam, “Primrose – Russian Colour Photography“, che racconta la ricerca fotografica a colori nella Russia a partire dalla seconda metà dell’800. C’è un fotografo in particolare che mi ha sempre incuriosito per l’assoluta sorpresa che suscitano le sue immagini, ed è Sergei Mikhailovich Prokudin-Gorskii, incaricato dallo zar Nicola II nel 1909 di documentare l’impero russo con la tecnica da lui già sperimentata della fotografia a colori, messa a punto inizialmente da Maxwell e poi perfezionata da vari chimici tra cui lo stesso Prokudin-Gorsky.

Le complicazioni del colore

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Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde.
Vasilij Vasil’evič Kandinskij

Sfogliando un qualunque libro di storia della fotografia si noterà presto che le immagini a colori sono pochissime.

Le motivazioni, tuttavia, non sono solo legate al ritardo col quale la fotografia a colori è stata introdotta (1935-36) rispetto al bianco e nero, già vivo allora da circa un secolo. Quest'”assenza” infatti continua ancora a caratterizzare anche i 40 anni successivi; è solo a partire dagli anni ’70 che la fotografia a colori muove i primi passi nella storia.

Interpretare il movimento

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Tanti sono i modi con cui l’arte si è espressa nella rappresentazione del movimento e del concetto di dinamismo, soprattutto a partire dal secolo scorso con le ricerche futuriste, tese ad esaltare le innovazioni tecnologiche nella visione di un progresso capace di abbattere il vecchio per rivoluzionare la vita collettiva.

Kitsch o cattivo gusto?

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La diffusione dell’oggetto “kitsch” nasce per soddisfare il bisogno da parte della borghesia di fine ‘800 di acquisire atteggiamenti, comportamenti e gusti “nobilitanti”.

L’esperienza estetica può essere estremamente complessa rispetto ad un pubblico non educato, ma nella società di massa, allora nascente e oggi imperante, si vuole offrire lo stesso a tutti l’opportunità di godere dell’arte anche a distanza ed in una forma semplificata, riduttiva, che può divenire parodistica.

Tra fotografia e vita

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Tina e Edward sono sulla terrazza del loro amico Paul. La loro visita non è casuale: quel giorno, il 26 aprile del 1926, migliaia di persone sfileranno per le strade di Città del Messico per ribadire i propri diritti nel bel pieno della Rivoluzione. Sono i lavoratori messicani, con i loro immancabili sombreros, e Tina non può perdere l’occasione di fare qualche scatto da quella posizione privilegiata: poter ritrarre la scena dall’alto, restituire un’idea di quello straordinario evento e della moltitudine riversata nelle strade, le sembra qualcosa di irripetibile. Edward si gode la scena ma non tradisce interesse per qualche scatto, lui la graflex la usa in studio, il movimento lo distrae dal suo perfezionismo.