Le complicazioni del colore

storie di fotografia e arte

Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde.
Vasilij Vasil’evič Kandinskij

Sfogliando un qualunque libro di storia della fotografia si noterà presto che le immagini a colori sono pochissime.

Le motivazioni, tuttavia, non sono solo legate al ritardo col quale la fotografia a colori è stata introdotta (1935-36) rispetto al bianco e nero, già vivo allora da circa un secolo. Quest'”assenza” infatti continua ancora a caratterizzare anche i 40 anni successivi; è solo a partire dagli anni ’70 che la fotografia a colori muove i primi passi nella storia.

Stephen Shore, U.S. 97, South of Klamath Falls, Oregon, July 21, 1973

Stephen Shore, U.S. 97, South of Klamath Falls, Oregon, July 21, 1973

Personalmente mi sono sempre chiesta il perchè di questa faticosa affermazione; le risposte sono senz’altro diverse, ma la prima, spontanea, considerazione è legata a coloro che la storia la scrivono: come ci sono voluti più di 50 anni perché la tecnica fotografica acquisisse piena autonomia artistica, così l’introduzione delle pellicole a colori ha richiesto del tempo prima di esser pienamente apprezzato da occhi ormai abituati al rigore delle immagini monocromatiche, associate indissolubilmente al loro mezzo di produzione. Il colore sembra tradurre la realtà com’è, priva il fotografo stesso della possibilità di avere un’alterazione dell’immagine dagli effetti immediatamente percepibili: il bianco e nero è già artificio, esalta le textures e rievoca le arti grafiche, sollecita la memoria per il suo carattere “storico”, ci introduce in un affascinante mondo di contrasti e sintesi inesistenti in natura.

For the photographer who demanded formal rigor from his pictures, color was an enormous complication of a problem already cruelly difficult

John Szarkowsk, introduzione di William Eggleston’s Guide, 1976

I fotografi stessi hanno stentato a utilizzare il colore, come se questo, in un primo momento, impedisse loro la chiarezza delle proprie intenzioni.

Lo sviluppo tecnico avvenuto dagli anni ’40 in poi, per arrivare alle macchine Polaroid a colori nel 1963, ha prodotto i primi veri cambiamenti solo qualche tempo dopo, quando fotografi americani come William Eggleston e Joel Meyerowitz scoprono le straordinarie possibilità offerte dall’uso dei colori: l’ambiente urbano, gli interni domestici, gli spazi aperti, tutto sembra nuovo e inesplorato. L’uso di specifiche gamme cromatiche, l’accostamento di toni e luci, la ricerca di tinte dominanti, fattori tipici della pittura fiamminga, diventano nuovi campi di sperimentazione consentendo un indagine sul mondo reale dai risultati inediti e impressionanti.

William Eggleston, Downtown Morton, Mississippi (Guide, 1976)

William Eggleston, Downtown Morton, Mississippi (Guide, 1976)

Il colore esalta le superfici, crea atmosfera, a volte assume significati simbolici; attraverso esso la realtà può essere riprodotta fedelmente o interpretata secondo “sensazioni”: i fotografi più attenti ricercano sempre un colore psicologico, emozionale, che suggerisca luoghi, sensazioni tattili, stati d’animo, impressioni, sapori, odori…

Reinhart Wolf, Fucha XVII sec.

Reinhart Wolf, Fucha XVII sec.

Naturalmente è poi l’osservatore ad interpretarli secondo associazioni soggettive legate al vissuto di ciascuno, determinando quindi contenuti variabili, tanto più in misura delle infinite possibilità di accostamento dei colori fra loro.

Joel Meyerowitz, Aftermath, WTC Archive, 2001

Joel Meyerowitz, Aftermath, WTC Archive, 2001

Quando scattiamo una foto pensiamo sempre alle sue potenzialità comunicative: sarà meglio in bianco e nero o a colori? Cos’è più importante, restituire la gamma cromatica e le sfumature di tono o tradurre le linee dominanti e i contrasti di luce-ombra? Sarà meglio creare un’immagine più vicina al reale o più distaccata dal contesto? Se il colore può assumere un valore a sé, sarà preferibile anche pensando ad un suo eventuale ritocco che ne rafforzi il significato. Viceversa, bisogna ammettere che il bianco e nero può fare miracoli nell’esaltare immagini cromaticamente limitate.

Non è sempre facile scegliere; può succedere anche che entrambi i metodi producano risultati interessanti. E se i mezzi tecnologici di oggi permettono facilità e libertà prima impensabili, l’impressione è che il mondo a colori sia sempre più complesso e difficile da raccontare ed interpretare; lo sguardo “innocente” di Eggleston forse è ormai lontano, ma i suoi orizzonti rimangono ancora tutti da esplorare.

PER APPROFONDIRE;

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