Antiche tecniche per nuove sperimentazioni

storie di fotografia e arte

I ritratti di Victoria Will sono davvero affascinanti: hanno qualcosa di misterioso, che ricorda la magia delle fotografie dell’800, quello strano effetto che ci fanno le vecchie foto dalle quali non riusciamo a staccare lo sguardo. Siamo rapiti dall’espressività di volti che sembrano nuovi, anche se in questo caso li abbiamo già visti altrove tante volte. Quasi ci dimentichiamo del loro nome, anche se lo conosciamo.

La tecnica scelta dalla fotografa americana appartiene a un secolo e mezzo fa, basata sull’utilizzo di lastre di ferro che in inglese hanno un nome che suona buffo, “tintypes” (in italiano “ferrotipi”).  Con una vecchia Graflex Super D e l’ausilio di una potente illuminazione da studio (le lastre normalmente richiedono fino a 15 minuti per essere impressionate), l’autrice è riuscita a realizzare, nel gennaio 2014 in via sperimentale e poi nuovamente quest’anno con l’ausilio di un team di esperti, una serie di immagini davvero magnetiche, ritraendo le star del cinema al Sundance Film Festival.

Qui di seguito alcuni esempi tratti dalla serie. Cliccando sulle immagini si possono visitare le pagine web da cui sono tratte (Profoto Blog e Bored Panda). Altri scatti sono visibili sul sito ufficiale di Victoria Will.

Interessante è anche il video che spiega tutto il processo.

La ferrotipia, nata tra nel 1853, già attorno al 1860 era al tramonto, sostituita da tecniche più avanzate. Molto popolare durante la Guerra Civile Americana, ha continuato ad avere appassionati anche nel secolo scorso, fino ai casi di recupero odierni. La Will così motiva la sua scelta:

What I love about the process is how raw it is. We live in an age of glossy magazines and overly retouched skin. But there is no lying with tintypes. You can’t get rid of a few wrinkles in Photoshop.

L’intera intervista è su Profoto Blog.

Traducendo in poche parole, ciò che piace all’autrice è l’impossibilità di “mentire”: la tecnica è grezza, non c’è ritocco e il risultato non permette effetti leviganti o glamour. Naturalmente parliamo di una fotografa che lavora da anni per riviste e pubblicità, conosce bene la materia.

Quest’anno la Will ha chiesto l’assistenza di tecnici specializzati per lo sviluppo delle lastre e il trattamento dei chimici, essendo tra l’altro all’ottavo mese di gravidanza. Ma l’aiuto le ha permesso di concentrarsi sulle immagini e sull’interazione con i soggetti. Il processo non permetteva più di 7-8 minuti per la realizzazione di ogni scatto: da questo si capisce quanto fosse importante avere la possibilità di lavorare solo sull’immagine e sulla persona da ritrarre.

Al termine del lavoro sono state realizzate 175 immagini, molte delle quali davvero sorprendenti. Gli aspetti interessanti di questo lavoro sono molti, due in particolare penso che andrebbero sottolineati:

  • l’utilizzo di una antica tecnica fotografica rinnovata nella metodologia (l’uso di tempi brevi tramite l’illuminazione).
  • l’interesse per una tecnica laboriosa che non risponde alle esigenze di efficienza e rapidità di oggi, oltre che allo stile “levigato” dettato dalla moda attuale

L’utilizzo di antiche tecniche da parte di molti fotografi non è solo una moda “vintage”: è sicuramente un segno importante di come la riflessione sul mezzo conduca alla scoperta di nuove possibilità espressive, maturate attraverso lo studio di metodi spesso complessi e dai risultati incerti. Anzi, forse questo le rende più interessanti: esiti di grande soddisfazione per l’autore, come in questo caso, vengono raggiunti attraverso lo studio del passato e l’applicazione di tecniche spesso faticose, che talvolta possono essere semplificate dall’aiuto di mani esperte: nessun “tool” automatico può sostituire la manualità e il tempo che necessitano per essere applicate con successo. Non sono ammessi errori.

Ai tempi di Instagram non è male.

2 pensieri su “Antiche tecniche per nuove sperimentazioni

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