Axel Hütte, Vetlebreen

Axel Hütte e l’impassibilità del sublime

storie di fotografia e arte

Axel Hütte è uno dei fotografi più considerati oggi nel mondo dell’arte contemporanea. Fu allievo tra i primi alla Scuola di Düsseldorf (1976-1997), divenuta celebre dagli anni ’90 in poi grazie all’eccezionale contributo di molti degli allievi che lì maturarono il proprio percorso di fotografi e artisti. Il metodo della classe di fotografia – curato dai coniugi Bernd e Hilla Becher – era basato innanzitutto sulla comprensione del linguaggio, l’analisi della percezione e l’approfondimento del significato delle immagini.

Le immagini di Hütte sono difficili da definire attraverso un genere, ma sicuramente hanno a che vedere col “paesaggio”, collocato a metà tra la documentazione e la sua proiezione mentale: non offre vedute finalizzate all’ammirazione del paesaggio in sé, ma ad una osservazione calma e razionale. Non c’è movimento, non ci sono elementi estranei disturbanti, non c’è racconto.

AXEL HÜTTE, Moonlight-1, 2010 (Galerie Wilma Tolksdorf)

AXEL HÜTTE, Moonlight-1, 2010 (Galerie Wilma Tolksdorf)

Fondamentale per Hütte, come per tutti i fotografi della Scuola, è l’esposizione delle immagini, che costituisce uno dei punti chiave del percorso progettuale di ciascun autore. Sostanzialmente è l’approdo finale, ma è anche un aspetto molto importante per capire come questi artisti siano diventati così autorevoli nel mondo dell’arte, laddove la maggior parte dei fotografi ignora o non si occupa della parte espositiva.

Gli ambienti espositivi di Terra incognita di Axel Hütte, 2004 (Museo Nazionale Centro de Arte Reina Sofia, Madrid)

Gli ambienti espositivi di Terra incognita di Axel Hütte, 2004 (Museo Nazionale Reina Sofia, Madrid)

Scegliere la pellicola come punto di partenza, spesso il grande formato, pensare fin da subito alla stampa, quasi sempre di grandi, se non enormi, dimensioni (come sbocco naturale in un certo senso), fare pochissime riproduzioni, perché nel mondo dell’arte l’unicità è metà del valore di un’opera.

La fotografia ha potuto affermarsi nell’arte dopo la nascita dell’Arte Concettuale.

Hilla Becher

I Becher, fotografi documentaristi per eccellenza, si opposero fin da subito alle due facce che la fotografia aveva assunto nel dopoguerra, che avevano per loro il volto di Steinert e Cartier-Bresson: no alla visione autoreferenziale e no al momento decisivo. Questa chiave di lettura a mio parere ci offre il miglior punto di vista possibile per comprendere come il loro metodo, basato sull’approccio documentaristico e concettuale (non a caso nella scuola si studiavano come modelli Atget, Evans e Shore), sia stato assimilato e in un certo senso interiorizzato da tutti i loro allievi, ciascuno con la propria interpretazione.

Nel caso di Hütte si è parlato molto di impassibilità e di neutralità. Forse sono giudizi frettolosi, condizionati dall’autorevolezza della “Scuola di Düsseldorf”, che appare un po’ monolitica a vederla dal mondo dell’arte contemporanea e dal punto di vista del mercato, che oggi premia i suoi esponenti al massimo grado.  A mio parere le sue immagini, seppure con molti elementi in comune, esprimono atteggiamenti lievemente diversi a seconda del genere di ambiente rappresentato.

I suoi paesaggi naturali sono sempre immersivi, ci proiettano negli ambienti da un punto di vista “interno” e nella maggior parte dei casi lo scenario si presenta come un muro davanti ai nostri occhi. Nel caso della montagna però la contemplazione è legata ad un senso di spaesamento, comune all’estetica del sublime. La natura è maestosa e non se ne scorgono i confini, non c’è modo di rassicurarci. Siamo costretti alla riflessione su noi stessi, perché ciò che vediamo ci mostra i nostri limiti. Accade lo stesso col mare, che suscita l’inquietante sensazione di aver perso ogni riferimento.

Axel Hütte, Vetlebreen (Norvegia) (Museo Nazionale Reina Sofia, Madrid)

Axel Hütte, Vetlebreen (Norvegia) (Museo Nazionale Reina Sofia, Madrid)

Gli ambienti boschivi sono meno imponenti e più riflessivi nella direzione della quiete: per quanto possiamo smarrirci il verde e i giochi di riflesso creano un filtro che genera maggiore rilassatezza.

AXEL HÜTTE, Aranjuez-02, 2006 (Galerie Wilma Tolksdorf)

AXEL HÜTTE, Aranjuez-02, 2006 (Galerie Wilma Tolksdorf)

Le immagini urbane notturne della serie As Dark/As Light (2001)  ci avvolgono nel buio illuminato solo dalle luci livide della città, vista come un agglomerato senza fine. Il nero in alcune immagini occupa gran parte dello spazio, geometricamente costruito attraverso porzioni di edifici in primo piano. Queste fotografie in esposizione si osservano attraverso una superficie riflettente, che le fa somigliare a delle grandi diapositive. Le aree illuminate mostrano i riflessi riverberando luce a loro volta, per immergere ancora di più lo spettatore che osserva quasi allucinato.

AXEL HÜTTE, Las Vegas, Mandalay-1, 2003 (Galerie Wilma Tolksdorf)

AXEL HÜTTE, Las Vegas, Mandalay-1, 2003 (Galerie Wilma Tolksdorf)

Osservando le sue fotografie sullo schermo del pc o peggio ancora sui nostri smartphone, certo possiamo solo fare lo sforzo di immaginare come possano essere dal vero. Dense e ipnotiche, riflessive e spaesanti, richiedono l’immersione di chi le osserva (non l’anteprima minuscola del web) e hanno molto da dire aldilà della “neutralità” e dell'”impassibilità”, termini con i quali si racconta solitamente lo stile dell’autore.
Si vede da dove viene, Hütte, ma non è così facile dire dove sia diretto.


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