La consapevolezza di Helmut Newton

storie di fotografia e arte

La mostra di Helmut Newton White Women / Sleepless Nights / Big Nudes (2013) si è rivelata per me un’esperienza unica e, come capita solo con i grandi maestri, di quelle che ti cambiano le prospettive.

Newton è uno di quelli che non conoscono etichette, che non riesci ad ingabbiare, a cui vanno strette tutte le definizioni. Percorrere il suo itinerario in mostra attraverso il corpo femminile mi ha suggerito un’infinità di riferimenti e relazioni che rivelano una ricerca iconografica inaspettata.

Le immagini alludono, sempre. Pensi di aver visto, e poi ti accorgi che c’è qualcosa di strano, di insolito, che ti sorprende. Il corpo femminile non è mai solo un corpo, ma un universo che il fotografo esplora all’interno di contesti che spesso si ripetono. Lo scenario che Newton indaga preferibilmente è quello del lusso, quello del suo mestiere: ville sontuose, piscine private, camere d’albergo. La donna è sempre misteriosa nonostante lo svelamento del corpo sembri suggerire la volontà insopprimibile di mostrarsi. E tutto è affidato alla gestualità, sempre rigorosamente studiata e mai casuale: il dettaglio è tutto. E la moda è nei dettagli. Le scarpe in particolare: anche quando il nudo è totale, le scarpe non possono mancare. Basta poco per evocare un’atmosfera, pochi elementi per suscitare impressioni forti, precise, ed è questa straordinaria padronanza a sorprendermi, più di tutto il resto. Le pose, la gestualità, rimandano alla classicità e alla storia della pittura in modo insistente: il fotografo ricerca l’equilibrio, persegue l’essenzialità, e trova nei classici che hanno celebrato la bellezza femminile un punto d’appoggio importante.

Helmut Newton, Bergström Over Paris, 1976

Helmut Newton, Bergström Over Paris, 1976

Diego Velázquez, Venere allo specchio, 1644-48

Diego Velázquez, Venere allo specchio, 1644-48

L’esplicita sensualità della Venere di Velázquez si attualizza nelle “vesti” di Gunilla Bergström distesa su una pelliccia e affacciata a volo d’uccello sui tetti di Parigi: Newton costruisce un contrasto tra la posizione distesa della figura e il “precipizio” al quale si espone che lascia interdetti. Gunilla si ammira allo specchio ma sembra stia per precipitare.

Non c’è nulla di tranquillizzante nelle donne di Newton, e non a caso le sue fotografie sono divenute simbolo di un’emancipazione femminile espressa attraverso una volontà forte, una sessualità esplicita ma inquieta: un universo femminile in cui l’uomo, semplicemente, non c’è (World without men è il titolo di una pubblicazione del 1984).

Helmut Newton, Charlotte Rampling at the Hotel Nord Pinus II, Arles, 1973

Helmut Newton, Charlotte Rampling at the Hotel Nord Pinus II, Arles, 1973

Ma l’aspetto più sorprendente per me è il controllo dell’immagine, dei suoi elementi e dei suoi rimandi. Forse un tipo di consapevolezza che arriva solo dopo tanto lavoro, che non si improvvisa. Allo stesso tempo molte foto rivelano la densa grana della pellicola, con un sapore lontano dalla pulizia e dalla definizione estrema ricercata nei nostri giorni:  suggeriscono anche in questo senso una ricerca molto più concentrata sulla costruzione dell’immagine rispetto alla tecnica.

Insomma, vedere le foto di Newton mi ha fatto venire voglia di prendere una vecchia analogica e concentrarmi su cosa fotografo, non sul come.

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