Pre-visioni fotografiche

storie di fotografia e arte

La fotografia non è un accidente, è un concetto

Ansel Adams, 1943

L’Ansel Adams Mount si trova nella Sierra Nevada, nello Yosemite Park, ed è alto 3.584 metri.
Fu battezzato con questo nome nel 1985, un anno dopo la morte del fotografo americano, che amava particolarmente questa cima al punto che i suoi amici avevano deciso di chiamarla col suo nome già nel 1934, dopo che Adams li aveva guidati su quella vetta in una delle sue escursioni preferite.

Ansel Adams, Moonrise, Hernandez, New Mexico, 1941

Ansel Adams, Moonrise, Hernandez, New Mexico, 1941

Lo Yosemite, il primo parco nazionale degli Stati Uniti, è stato l’inizio di tutto per Adams: a 14 anni è lì che si innamora della fotografia, con una Kodak Brownie ricevuta in regalo.
I paesaggi della Sierra Nevada saranno il suo banco di prova e la passione di una vita.

Confesso che le sue foto mi lasciano sempre un po’ spiazzata. E sono sicura che ciò che mi spiazza non sono i soggetti, che pure sono magnifici. Le foto di Adams, come quelle del suo amico Weston, hanno qualcosa di immobile, di eternamente statico: invece di cogliere la transitorietà delle cose, cercano di strappare via alla natura un senso di assoluto, di annullare ogni circostanza momentanea.
Potrei dire che nelle fotografie di Adams la morte non esiste.

E allora mi sono sempre chiesta: “ma qual è il segreto? dov’è il trucco?“.
E la risposta l’ho trovata, in parte, nelle parole stesse del fotografo, scritte nel 1943.

Molti ritengono che le mie immagini rientrino nella categoria delle “foto realistiche”, mentre di fatto quanto offrono di reale risiede solo nella precisione dell’immagine ottica; i loro valori sono invece decisamente distaccati dalla realtà

Preciserà più tardi:

È importante rendersi conto che tanto la fotografia espressiva (detta anche creativa) quanto quella di documentazione non sono in rapporto diretto con quello che noi chiamiamo realtà

Adams sa di non riprodurre la realtà, ma un’idea. Ecco perché nessun paesaggista l’ha mai saputo eguagliare. Ed il suo strumento è la padronanza assoluta della tecnica, prima, al momento dello scatto, e poi.
L’ha chiamata “previsualizzazione”: vedere la fotografia nella propria mente in tutte le sue potenzialità espressive, proprio come si focalizza un’idea. Poi viene la tecnica: lo scatto è il passaggio intermedio, ma naturalmente è quello imprescindibile, il momento in cui l’occhio seleziona l’area e la luce, quindi l’esposizione.
Le foto di Adams sono terribilmente cerebrali nonostante la loro apparente “emozionalità”. Produrre emozioni col cervello è una grande sfida e presenta enormi difficoltà.

Ansel Adams, The Tetons and the Snake River, 1942

Ansel Adams, The Tetons and the Snake River, 1942

In tal senso il momento decisivo è quello dello sviluppo delle pellicole, che potremmo assimilare oggi, con le dovute differenze, alla fase di postproduzione digitale.
Tale processo, basato sul tempo e sulle reazioni chimiche e che qui mi limito a citare, è stato reinventato da Adams secondo il cosiddetto Sistema Zonale, una scala di 10 tonalità di grigio che va dal nero (0) al bianco (IX, quando la superficie sensibile non viene intaccata dall’esposizione) separate una dall’altra da uno stop di diaframma o dai tempi di otturazione (il punto intermedio, ovvero la zona V, corrisponde al grigio 18%).

Schema tratto da Il Negativo di A.Adams, 1971

Schema tratto da Il Negativo di A.Adams, 1971

Si tratta di un sistema complesso che non ha come scopo quello “di riprodurre l’intera gamma di sfumature presenti in natura” (Wikipedia): Adams sa bene che ciò che riproduciamo sono le apparenze.
E’ una metodologia (Il negativo, La stampa e La fotocamera sono i tre testi tecnici di Adams pubblicati in Italia da Zanichelli) che deve aiutare il fotografo nel rendere l’immagine finale (soprattutto quella in bianco e nero) il più vicina possibile alla sua “pre-visione”, non alla realtà. Dunque a partire da come si deciderà di esporre (tempo/diaframma) tutta la gamma tonale della fotografia dovrà distribuirsi su questa scala di valori.

Scrive ancora Adams:

Preferisco avere un buon obiettivo perché mi da’ la migliore immagine ottica possibile, una buona macchina perché è complementare alla funzione dell’obiettivo, buoni materiali perché innalzano la qualità dell’immagine. (…) Non ritocco né manipolo le stampe perché credo nell’importanza dell’immagine immediatamente ottica e chimica.

Aggiungo che non ne ha bisogno perché “manipola” lo sviluppo come fosse un alchimista! I suoi paesaggi sembrano fotografie da studio per la loro precisione, nitidezza, e drammaticità.
Insomma, chi pensa che la sua sia solo “fotografia naturalistica” si sbaglia di grosso: nelle sue immagini ciò che vediamo non è lo Yosemite National Park, il Grand Canyon o il deserto del New Mexico. È Ansel Adams.

PER APPROFONDIRE

 

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